Ma il basso prezzo del greggio non doveva spingere al rialzo il PIL europeo? Nella prima metà del 2015 analisti ed economisti erano pressoché unanimi nel dare una risposta positiva alla domanda, del resto è intuibile che se per i Paesi produttori il collasso delle quotazioni della materia prima implica enormi problemi in termini di mancati ricavi, per i Paesi importatori c’è solo da guadagnare; una bolletta energetica più leggera permetterebbe alle imprese ed alle famiglie di spendere meno in carburanti, le stesse avrebbero conseguentemente più soldi da investire altrove, e questo, combinato allo stimolo monetario del Quantitative Easing della BCE, è stato alla base della scommessa che molti hanno fatto sui mercati azionari europei soprattutto nei primi mesi dell’anno scorso.

Oggi questo ottimismo si è molto ridimensionato. Se da un lato una bolletta energetica meno cara ha apportato indubbi benefici a molti settori economici come quello dei trasporti e quello dell’industria, dall’altro lo stimolo del basso prezzo del greggio non ha generato il tanto atteso aumento dei consumi e degli investimenti. Inoltre, se il prezzo del greggio crolla è solo perché i Paesi produttori fanno a gara per non perdere fette di mercato e per questo motivo continuano ad estrarre greggio nonostante i depositi siano già stracolmi; la domanda risulta debole e lo stato di squilibrio già esistente è stato poi recentemente acuito da due notizie, la fine delle sanzioni all’Iran e la frenata dell’economia cinese, che hanno aggravato ulteriormente la situazione con inevitabili ripercussioni sui prezzi. In questo scenario poi il rafforzamento del dollaro non aiuta: più il biglietto verde è forte più il greggio scende. Grandi banche d’affari come Morgan Stanley e Goldman Sachs stimano che se la moneta americana si apprezzasse anche solo del 5% il prezzo dell’oro nero scenderebbe addirittura a quota $ 20/25.

Ciò che si è visto in questi giorni sui mercati (dati macro cinesi in peggioramento, continue vendite su petrolio ed altre materie prime, ribassi generalizzati di Borsa) si è visto più volte in questo primo scorcio di 2016 in cui i destini di greggio e mercati azionari si sono più volte incrociati. Di certo l’utilizzo sempre più massiccio di tecniche di vendita automatiche ha esasperato forse eccessivamente la correlazione tra petrolio e Borse. Ma c’è una logica dietro questo legame che ha a che vedere con le conseguenze negative che un periodo prolungato di bassi prezzi del petrolio rischia di avere a livello globale. La più evidente di queste conseguenze è quella che riguarda i Paesi esportatori fortemente focalizzati su questo business (Russia e Brasile in primis) che hanno pagato con una brusca frenata del PIL e le società petrolifere di tutto il mondo che, secondo alcune stime, hanno registrato nell’ultimo anno un calo del 31% dei ricavi e dell’84% degli utili. Alcune grandi aziende del settore hanno varato pesanti misure di riduzione dei costi (Shell per esempio ha varato un piano industriale che prevede il taglio di 6500 posti di lavoro) ed hanno rivisto drasticamente le loro politiche di investimento. E se di certo le grandi multinazionali hanno tutte le carte in regola per reggere e superare pesanti shock come quello attuale, lo stesso non si può dire per i piccoli e medi produttori statunitensi di “Shale Oil”, il nuovo petrolio non convenzionale la cui estrazione è cresciuta notevolmente negli ultimi anni permettendo agli Usa di imboccare la strada verso l’indipendenza energetica, che ora versano in gravissime difficoltà per via del crollo del prezzo del greggio dal momento che la tecnologia estrattiva utilizzata da queste aziende risulta molto costosa e produrre petrolio con un prezzo al barile di $ 30 è diventato quasi antieconomico. Tenere i conti in equilibrio è impresa ardua così come rimborsare i debiti, un fardello che, secondo Bloomberg, vale 235 miliardi di dollari e che, alle attuali condizioni di mercato, risulta sempre meno sostenibile. Un rischio, quello di un’ondata di insolvenze, che rischia di costare caro a banche e obbligazionisti.

Un altro timore, infine, che serpeggia tra gli analisti riguarda le strategie d’investimento dei grandi fondi sovrani dei Paesi produttori di petrolio che reimmettono sui mercati finanziari i proventi derivanti dalla vendita della materia prima, proventi che, con il crollo del prezzo del greggio, si sono andati inesorabilmente riducendo come detto. Secondo alcuni dati nel 2015 il flusso dei cosiddetti petrodollari si è ridotto di circa 2/300 miliardi di dollari, come dire un mare di liquidità che in genere si riversava sui mercati azionari e obbligazionari lo scorso anno è venuto a mancare. Insomma, i fondi sovrani investiranno di meno, e questo è abbastanza scontato, meno scontato è invece sapere se alcuni di questi saranno costretti a vendere per esigenze di bilancio asset in portafoglio; si calcola infatti che i fondi sovrani dei Paesi produttori di petrolio ammontino a 4.054 miliardi di dollari ed è facilmente intuibile che se anche solo un 10% di questo patrimonio immenso dovesse essere liquidato i mercati finanziari globali si troverebbero a far fronte ad un flusso di capitali in uscita di 405 miliardi di dollari.