Fare previsioni sul futuro andamento dell’economia è sempre difficile, nell’attuale contesto lo è ancora di più semplicemente pensando alle grosse incertezze legate alla possibile evoluzione della pandemia. Nonostante ciò, la fine del lockdown è evidente, così come la determinazione di molti Paesi a passare alla cosiddetta Fase 2 anche in presenza dei pochi focolai ancora attivi. Al momento non si registrano grandi novità in ambito medico, né di tipo terapeutico né sui vaccini, sappiamo però bene che abbiamo imparato a gestire il virus (forse perché indebolito?) e la sua diffusione, guadagnando tempo utile per una maggiore organizzazione complessiva.

Se da un lato si osservano numerosi elementi contrastanti che impediscono una visione univoca da parte degli operatori finanziari riguardo alle previsioni economiche, dall’altro ci sono elementi comuni ed assodati su cui fare affidamento. E’ ormai certo che lo straordinario e contemporaneo shock di domanda e offerta, senza precedenti, in questo primo semestre dell’anno provocherà una profonda recessione mondiale; allo stesso tempo appare però anche chiaro che il crollo dell’attività economica è stato, e lo sarà ancora di più nel prosieguo, fortemente attenuato dalle grandi misure di sostegno alle politiche economiche poste in atto dai singoli governi e dalle banche centrali di tutto il mondo, misure queste che forniranno una forte spinta per la ripresa a cominciare dalla seconda metà di quest’anno e soprattutto nel prossimo. Da quest’ultimo lato, l’insieme di misure fiscali comunitarie già messe in atto si è ulteriormente arricchito, novità della scorsa settimana, con l’introduzione del Recovery Fund o Next Generation EU, portando quindi gli stimoli nell’Eurozona a pareggiare quelli già posti in essere nelle altre principali aree dei Paesi sviluppati.

L’intervento in Europa durante le prime settimane di crisi era stato infatti limitato ad un allargamento delle maglie fiscali sciogliendo i vincoli di bilancio dettati dal Patto di Stabilità, portando però i singoli Stati membri ad agire all’interno dei diversi spazi di manovra fiscale a disposizione con manovre disomogenee; il risultato è stato un impulso per certi aspetti distorto che ha condotto i Paesi più colpiti dal virus, Italia e Spagna in particolare, ad avere i minori margini di manovra per sostenere le rispettive economie. Complessivamente gli stimoli economici messi in campo dall’Europa in questa prima fase si aggiravano intorno al 4% del PIL dell’Eurozona, nettamente superiori rispetto alla precedente crisi del 2007-2009 ma ben lontani da quell’8% circa del PIL messo in atto negli USA. Inoltre, obbligando gli Stati a ricorrere al debito pubblico, si rischiava di mettere in crisi i Paesi più indebitati, capeggiati proprio dall’Italia (135% del PIL) ed ora seguita da Spagna e soprattutto Francia, Paesi questi ultimi entrati formalmente nella zona, oltre il 100/110% del PIL, in cui il debito pubblico risulta essere tossico e rappresentare un freno per la crescita economica. Proprio quest’ultimo elemento ovvero che la posizione e gli interessi della Francia siano oggi allineati a quelli di Italia e Spagna, in apparente contrasto con quelli della Germania (in cui il rapporto deficit/PIL è stato in constante calo nell’ultimo decennio), è stato un fattore chiave alla base dell’accordo franco-tedesco tra il Presidente Macron e la Cancelliera Merkel sul Recovery Fund del 18 maggio scorso.

Magari un certo peso l’avrà avuto anche la sentenza del 5 maggio della Corte Costituzionale Tedesca, la quale ha richiamato la BCE in merito alla proporzionalità ed alla temporaneità del programma di acquisti di Titoli di Stato, BCE che proprio nei mesi di marzo ed aprile ha favorito l’acquisto in misura maggiore dei Titoli di Stato dei Paesi più in difficoltà, Italia su tutti.

La conclusione è stata che il compito di risolvere la divergenza fiscale tra la Germania ed il resto dei Paesi dell’Area Euro non può essere lasciato alla sola BCE, e quindi si è resa necessaria una manovra idonea a realizzare una certa ridistribuzione fiscale; il Next Generation EU va proprio nella direzione di supportare i Paesi più vulnerabili allo shock provocato dalla pandemia legata al Covid-19 nelle loro riforme economiche e strutturali, riducendo così l’asimmetria di spazio fiscale tre i vari Stati membri.

Un ultimo elemento che ha portato a questo importante passo verso una maggiore integrazione è legato al concetto di globalizzazione ed al futuro delle filiere di approvvigionamento. Come già abbiamo avuto modo di verificare in occasione della guerra commerciale tra gli USA e la Cina, la pandemia ha dimostrato ancora quanto possa essere rischioso affidarsi esclusivamente a catene produttive lunghe e globali. Questa è ora una nuova consapevolezza che verosimilmente porterà alla creazione di filiere regionali (cino-asiatica, europea e nord-americana) più locali e vicine ai luoghi di consumo finali ed in questa ottica l’Europa ha ricevuto un’ulteriore spinta versa una maggior coesione.

Veniamo ora al Recovery Fund. Secondo la proposta della Commissione Europea del 27 maggio scorso, all’esame del Consiglio Europeo del 18 giugno prossimo, e successivamente oggetto di approvazione dai singoli Parlamenti degli Stati membri, il nuovo Next Generation EU da 750 mld di euro complessivi (5% del PIL dell’Eurozona) si andrà, come detto, ad aggiungere al pacchetto di manovre europee già concordate di 540 mld di euro. In questo modo l’Eurozona potrà colmare il gap con quanto fatto negli USA dal Presidente Trump; se consideriamo il fatto che il bilancio europeo prima dell’inizio della crisi ammontava all’1% circa del PIL, possiamo facilmente comprendere che si tratta di un impulso senza precedenti.

Ecco nel dettaglio l’insieme degli stimoli fiscali comunitari:

  • SURE (€ 100mld), Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency, fondo che copre la cassa integrazione contro la disoccupazione garantito da tutti gli Sati europei;
  • BEI (€ 200mld), contributi garantiti dalla Banca Europea per gli Investimenti per prestiti e liquidità alle imprese europee;
  • MES (€ 240mld), Meccanismo Europeo di Stabilità altrimenti detto Fondo Salva Stati, linee di credito per gli Stati senza condizionalità, o meglio alla sola condizione che le risorse vengano utilizzate per far fronte alla crisi sanitaria;
  • Recovery Fund o Next Generation EU (€ 750mld), € 500mld a fondo perduto ed € 250mld di prestiti, suddivisi in diversi programmi di cui il più rilevante è sicuramente la “Recovery and Resilience Facility” di € 560mld destinata a supportare i Paesi nel loro percorso di ripresa economica.

Le risorse a fondo perduto del Next Generation EU, la cui erogazione è però subordinata al fatto che queste risorse servano esclusivamente a finanziare la ripresa e la crescita economica, dovranno essere restituite su un orizzonte temporale di 30 anni a partire dal 2028 contribuendo al bilancio europeo, il che significa con tempi molto lunghi e sulla base della quota di partecipazione di ciascun Paese a tale bilancio. Una modalità questa che permetterà ad esempio all’Italia di prendere circa € 85mld a fondo perduto per poi doverne rimborsare € 65mld dal 2028 al 2058, con un beneficio netto quindi di € 20mld; al contrario la Germania, il Paese con il maggior budget fiscale, lascerà a beneficio degli altri Stati membri circa € 90mld a vantaggio in particolare di Italia, Spagna e Francia secondo la logica della redistribuzione fiscale. Inoltre, la Commissione Europea ha anche previsto delle possibili nuove iniziative centrali per finanziare con risorse proprie il bilancio europeo, riducendo in tal modo ulteriormente l’onere per i singoli Stati membri: esempi concreti potrebbero essere rappresentati da tassazioni aggiuntive legate all’elusione fiscale delle imprese multinazionali legate al tech (digital tax) e all’aumento del costo dell’inquinamento prodotto dalle aziende (carbon border tax).

Tutto ciò vorrebbe dire che l’Italia, quando nel 2022, così come previsto, tornerà ad essere soggetta al monitoraggio semestrale europeo previsto dal Patto di Stabilità, potrebbe ritrovarsi con un’esposizione al mercato del proprio debito pubblico addirittura inferiore a quella attuale, in quanto il fabbisogno finanziario necessario potrebbe essere totalmente coperto dalle manovre congiunte poste in atto dalla BCE, con il suo Programma di Acquisto di Titoli di Stato, e dalla Comunità Europea. Questa è un’occasione unica per portare a termine quelle fondamentali riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno (quelle di cui si è sempre parlato ma che non si sono mai potute realizzare per mancanza di risorse) senza gravare sulle finanze pubbliche.

In definitiva, con quanto posto in essere, oggi l’Europa appare realmente più unita e ben determinata affinché la pandemia legata al Covid-19 non frantumi il progetto comunitario caro ai suoi fondatori sotto il peso della crisi economica o di una certa disgregazione sociale.